L’importanza di chiamarsi Kayanda Vasiliuskas

L’importanza di chiamarsi Kayanda Vasiliuskas

Da Kayanda a Rauhallisesti

Quando il 5 maggio 1996 fu chiamato a sostituire il pivot titolare della polisportiva KK Aritusalainen, Kayanda Vasiliuskas pensò che da quel momento in poi la sua vita sarebbe stata scandita dalla regolare e ordinata successione degli step che lo avrebbero portato a diventare un cestista professionista. Colpito, dopo soli tre anni, dal medesimo infortunio alla caviglia destra che aveva fermato il pivot del quale aveva preso il posto, Kayanda avvertì, a soli diciassette anni, il senso e il peso di quel destino tragico che, nelle sue tante vite e nelle sue diverse mutazioni, lo ha poi reso un simbolo del sentimento instabile che, più di ogni altro, segna il nostro tempo presente.

Dopo l’infortunio sul parquet della KK Aritusalainen, Kayanda il cestista decise di cambiare nome e identità per diventare Kavasi, raffinato musicista sdench che, nelle tracce amare e crude di Kuka on se tyttö, joka käveli kanssasi viime yönä? (il concept album pubblicato nel 2002), ha saputo disegnare i sentimenti di un’epoca cupa, alternando monotòni recitativi in glasberghese a poliritmie asincrone. Kayanda-Kavasi (o, come preferì farsi chiamare a partire dal 2007, Rauhallisesti) racconta senza retorica lo spirito di una generazione capace di superare gli steccati restando però sempre orfana di un ‘luogo’. Nel suo mutare nomi e con essi personalità e attività, Kayanda-Kavasi-Rauhallisesti incarna perfettamente il bisogno e l’ansia di trasformazione, anche soltanto esteriore, di nomi e identità, tipici della cultura occidentale di inizio millennio e che già traspare dalle pagine dei romanzi che tra fine XIX e inizio XX secolo declinano la scelta di pseudonimi come cifra di un racconto di sè che è al contempo estraniante e intimista (come amaramente Amos Adler, l’autore di Anatomia del quotidiano, chiosa nel 1968 sul senso di sconfitta che anche solo un eccesso di vocali proietta sull’esistenza: «Concedetemelo, ma ci sono davvero troppe lettere A nella mia famiglia»). 

Confusianesimo

Musica e letteratura cantano allora, all’inizio del ventesimo secolo, la fine della stagione dei meta-racconti consolatori, dei grand récits della modernità. L’epoca delle certezze dottrinali svanisce nel breve spazio di un trentennio, mentre antichi revanscismi ‘ereticali’ riprendono piede, nonostante la resistenza offerta dalle avanguardie (si pensi a Tutta colpa di Pelagio, l’album d’esordio dei BiGrIWU che apre – e forse al contempo chiude – un’intera stagione espressiva del pop europeo). Il nuovo millennio rinverdisce così i fasti del camouflage d’autore del XVII secolo; sulle orme del raffinato calembour biografico di Barthélémy de la Ramée, Kayanda-Kavasi-Rauhallisesti, Adler e i BiGrIWU rappresentano in modi diversi anime di quel miscuglio indefinito di idee, di quella Nova Babilonia che le pagine di Splendor Vacui – il testo fondativo del Confusianesimo – a metà anni duemila svela al mondo, mostrando come le vecchie credenze religiose – lucide e mortali come i fiori di una dafnea – affoghino ormai in un indistinto incrocio di culti, riti e nuove tonache sgargianti. Sacro e profano si incrociano, e le biografie di cestisti, musicisti, giornalisti, ministri di culto diventano declinazioni di un unico, con-fuso racconto. La cultura pop restituisce, decuplicato in iperbole, il senso di questo prisma diventato sistema; lo impacchetta e lo vende come forma di intrattenimento, specchio nel quale il disordine delle esistenze si ritrova riproiettato nello schermo dei device, in un gioco di rimandi infinito e disturbante. È il racconto (che è biografia di un’epoca e dunque autobiografia di una cultura) nel quale antico e moderno si riflettono a vicenda; è la narrazione sarcastica e amara di God’s mirror, la serie-culto che miscela e fonde cristo-logia e tecno-logia, alternando lo strano idioma meticcio anglo-libanese del protagonista, l’attore Dean Winchester, con la perfetta dizione attoriale di Tom Tucker, il Sicario. Il contemporaneo distrugge così le tonalità uniche, il monofonismo culturale, la staticità espressiva; vede nella ricchezza delle note combinate a caso l’unica possibilità di espressione delle libertà individuali; rigetta infine l’idea che una sola, unica tonalità fondamentale – come quella della già nota nota ge – possa affermare, senza alterazioni, il proprio dominio monocorde.

Per un (multi)verso o per l’altro

Il tempo che abitiamo è un multiverso in cui ciascuno produce e riceve informazioni in ogni momento, formando, con le sue interazioni, mondi paralleli, digitali o reali, che convivono e si incrociano, e rendono labile la distanza tra immaginazione e descrizione, tra falso e vero. In un uno di questi multiversi, allora, circostanze e avvenimenti raccontate in queste righe sono falsi, se con questo aggettivo intendiamo dire che non è mai esistito un cestista di nome Kayanda diventato poi musicista, che il Confusianesimo è una religione inventata e che i romanzi di Adler e gli album dei BiGrIWU non sono stati mai scritti né incisi. Ma, per un altro (multi)verso, questi mondi sono tutti, al contempo, veri perché veramente rappresentati, descritti e dettagliati nelle enciclopedie di fantasia che abbiamo creato come esercitazione di una delle attività che abbiamo realizzato quest’anno: il Workshop sulle piattaforme wiki; esperimenti di scrittura che esprimono al meglio la natura e le potenzialità di una enciclopedia wiki: creare un reticolo di riferimenti incrociati e ipertestuali che si colleghino gli uni con gli altri per creare un’unica immagine ‘vera’ perché intera, coerente, compatta. Anche quando l’oggetto di cui parla è frutto di fantasia.

Vi invitiamo a leggere, grazie ai link sparsi nel testo, tutte le vicende tormentate di Kayanda, le singole, dettagliate biografie degli attori di God’s Mirror e le diverse proprietà della dafnea; sarà l’occasione per ricordare – perdendosi tra i collegamenti di queste enciclopedie digitali che descrivono universi possibili – che in fondo narrare è sempre tentare di creare mondi che gli altri possano abitare.

Info sull'autore

Armando Bisogno administrator

Professore associato in Storia della Filosofia medievale e Presidente del Consiglio Didattico di Filosofia presso l'Università degli Studi di Salerno, coordina il Progetto Vivarium e le attività della sezione Digital Humanities del Centro di Ricerca FiTMU.

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