Istruzione per l’uso

Istruzione per l’uso

Perché la scuola deve educare al digitale

Nella Repubblica Platone riporta il lungo e complesso confronto dialogico durante il quale Socrate ed altri personaggi provano a immaginare come fondare uno Stato ideale, cominciando a ipotizzare tutto ciò che è necessario alla sua costituzione. Socrate analizza innanzitutto le esigenze delle diverse classi di lavoratori che contribuiscono materialmente alla vita di uno Stato e ai quali va garantita una pura e semplice educazione tecnica: va cioè insegnato loro come esercitare la particolare attività lavorativa nella quale verranno impiegati.

Più attenzione viene invece dedicata alla figura dei guardiani. Essi presentano infatti un’identità più complessa, perché sono tenuti a essere al contempo aggressivi nei confronti dei nemici e protettivi nei confronti dei concittadini; non possono dunque limitarsi, come fanno per esempio i contadini, al semplice possesso e alla applicazione di una tecnica di lavoro, ma devono apprendere la differenza tra bene e male. Per questo i guardiani dovranno essere oggetto di una particolare attenzione educativa, cioè di una vera e propria paideia.

A dover impartire tale formazione dovranno essere, secondo Platone, i filosofi, ai quali sarà dato il compito di selezionare un corpus di testi che possano trasmettere ai giovani al fine di dare loro la ‘forma’ di ottimi guardiani: renderli cioè capaci di scegliere autonomamente tra il bene e il male.


Platone ed Aristotele, dettaglio della “Scuola di Atene” di Raffaello, nelle stanze dei Musei Vaticani
https://it.wikipedia.org/wiki/File:PlatonAristoteles2.jpg

Platone ha dunque ben chiaro che tutte le storie e le nozioni che un maestro può comunicare a un giovane discepolo destinato a diventare un guardiano sono funzionali a una sola, specifica finalità: fornire uno schema, un criterio, una forma che questi possa poi riapplicare, autonomamente, in situazioni di volta in volta diverse.

Sulla base di questo modello pedagogico, nel corso dei secoli la scuola ha sempre avuto come aspirazione primaria (divenendo in ciò anche luogo di riproduzione delle logiche di potere di volta in volta succedutesi) la volontà di formare gli individui allo spirito del tempo, fornire cioè la ‘forma’, lo schema valoriale e culturale che avrebbe permesso loro di vivere pienamente l’ambiente che li aspettava fuori dalle mura scolastiche.

Cittadinanza digitale

«Offrire a tutti gli individui della specie umana i mezzi per provvedere ai propri bisogni, per assicurarsi il benessere, per conoscere ed esercitare i propri diritti, intendere e adempiere i propri doveri; assicurare a ciascuno l’opportunità di perfezionare le proprie  abilità, di divenire capace di esercitare le funzioni alle quali ha diritto di essere chiamato, di sviluppare nel più ampio modo le doti che ha ricevuto dalla natura; e in tal modo stabilire tra i cittadini un’uguaglianza di fatto (une égalité de fait) e rendere reale l’uguaglianza politica riconosciuta dalla legge: questa deve essere la finalità prima di una istruzione nazionale».

Le parole con le quali Condorcet, in piena Rivoluzione Francese, indicava all’Assemblea legislativa nell’aprile 1792 i doveri di uno Stato in termini di istruzione e promozione culturale e sociale degli individui esprimono al meglio l’idea che ‘fare formazione’ significa (o almeno dovrebbe significare) fornire agli uomini gli strumenti cognitivi utili a una consapevole e proficua interazione sociale, per trasformare una teorica uguaglianza universale in una effettiva parità di opportunità.

È in questo senso che, allo stringato dettato dell’articolo 26 della Universal Declaration of Human Rights (adottata nel 1948 dalle Nazioni Unite), che sancisce il diritto universale all’education, segue il più esplicito richiamo dell’articolo successivo, dove viene apertamente definito il diritto di ognuno a partecipare alla vita culturale della società nella quale vive: «Everyone has the right freely to participate in the cultural life of the community, to enjoy the arts and to share in scientific advancement and its benefits». La formazione è esattamente il momento in cui gli individui acquisiscono gli strumenti che garantiscono loro l’esercizio completo di tale diritto alla partecipazione alla vita culturale delle loro comunità.

Alfabetizzazione digitale

Nell’epoca dell’identità multiversica ed ecopedica (ne abbiamo parlato in questo post), nella quale ognuno produce e acquisisce informazioni in ogni momento, condividendo dati e saperi, incrociando senza soluzione di continuità Rete virtuale e rete reale, è evidente come la vita culturale, nella sua accezione più ampia, si svolga anche in questo territorio misto e pluriforme. A un universo di tal genere non può che corrispondere una nuova accezione dei diritti sanciti dalla Declaration, che dal semplice possesso degli strumenti utili a convivere con gli altri deve ampliarsi alle tecniche necessarie per vivere pienamente l’epoca dell’informazione digitale.

L’information literacy, vale a dire l’alfabetizzazione all’informazione digitale diviene così il nuovo, ineludibile basic human right della Rete; il diritto – da garantire a ciascun individuo tramite una precisa e specifica formazione – di potersi dotare dell’insieme di conoscenze e abilità che garantiscano la competenza necessaria a creare correttamente e cercare efficacemente informazioni nelle diverse piattaforme di produzione e consultazione che la Rete offre.

Nel prossimo post parleremo di quanto la scuola sia chiamata a essere protagonista in questo nuovo quadro culturale disegnato dall’epoca del digital

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Info sull'autore

Armando Bisogno administrator

Professore associato in Storia della Filosofia medievale e Presidente del Consiglio Didattico di Filosofia presso l'Università degli Studi di Salerno, coordina il Progetto Vivarium e le attività della sezione Digital Humanities del Centro di Ricerca FiTMU.

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