Cercare e produrre informazioni sul Web

Cercare e produrre informazioni sul Web

Come Internet ha cambiato le relazioni informative e la trasmissione dei dati: dall’universo trasmissivo al multiverso ecopedico.

Internet Live Stats è un tool di monitoraggio che permette di verificare in tempo reale il traffico dati su Internet: per esempio quante mail sono state inviate oggi, quante ricerche sono state lanciate su Google o quanti video vengono visualizzati su YouTube. Seguendo i link proposti dal tool, si scopre facilmente che sulla Rete viaggiano più o meno sessantamila giga di traffico al secondo.

Se consideriamo le dimensioni medie di un e-book, possiamo farci un’idea del traffico pensando che è come se transitassero sulla Rete, ogni secondo, 19 milioni di libri, cinque volte il numero complessivo dei volumi contenuti nella Biblioteca Nazionale di Roma. Questa proporzione dà solo vagamente la misura di quanto sia potenzialmente sterminato il patrimonio di informazioni cui ogni utente può accedere.

http://www.internetlivestats.com/one-second/#traffic-band

Cosa succede quando produciamo dati?

La Rete è oggi diventata un immenso repository che chiunque può contribuire ad ampliare e nel quale tutti possono acquisire dati. A differenza però dei luoghi che per secoli sono stati deputati alla preservazione delle informazioni (scuole, biblioteche, archivi, etc.) sulla Rete non c’è distinzione tra contenitore e contenuto: non è cioè possibile delimitare sul Web – come potremmo invece fare per una biblioteca – i libri dall’edificio che li contiene. ‘Entrare’ nella Rete significa consultarla, in una simbiosi in cui il contenitore (le pagine o le piattaforme che visitiamo) e il contenuto coincidono.

La Rete si presenta così come un contenuto-struttura costruito dalle informazioni che gli utenti condividono; è un luogo/non-luogo (che esiste ma non è ‘situato’) in cui si è sempre, al contempo, fonti e fruitori asimmetrici di dati, e si dà continuamente vita al contenitore producendo il contenuto. La gratuità delle piattaforme di publishing, l’economicità delle offerte di accesso alla Rete, la semplificazione delle interfacce di produzione di contenuti rende infatti estremamente semplice, per chiunque, condurre una ‘vita attiva’ sulla Rete. Ma, anche come utenti ‘passivi’, produciamo dati grazie alle app che ci geolocalizzano, ai nostri pagamenti online o anche solo perché una telecamera a circuito chiuso registra la nostra presenza. Al contempo, costruiamo di istante in istante la nostra visione del mondo accogliendo informazioni provenienti da fonti diverse, interagendo con altri utenti, selezionando contenuti e flussi di dati.

C’è dunque una Rete digitale fatta di contenuti che, nella rete del mondo reale, vengono elaborati dalle diverse persone. Un insieme di dati immateriali frutto e specchio di intenzioni reali, di riflessioni nate da individui e comunità; uno scambio osmotico nel quale le dinamiche di un ‘pianeta’ condizionano quelle dell’altro perché ciò che recepiamo come utenti influenza la nostra esistenza come persone, e viceversa, in una nuova, immensa learning community.

Senza quasi più distinzioni tra gli ambiti, Rete virtuale e rete reale si incrociano, dialogano, si raccontano a vicenda, costruendo una nuova identità multiversica ed ecopedica, capace cioè di muoversi in più direzioni contemporaneamente in un ambiente prodotto dalla costante comunicazione e ricezione di informazioni.

Questo multiverso ecopedico, che ha reso gli utenti capaci di partecipare a numero indefinito di chat, condividere contenuti su più piattaforme, leggere notizie aggregate provenienti da decine di fonti, è nato dalla rottura di due totem dei processi di comunicazione ‘classici’: il vincolo spazio-temporale e il principio di trasmissività (monopolistica) del sapere.

Why are you keeping this curiosity door locked?

Stranger Things, Ep. 7, S.1 – Netflix

Nella settima puntata della serie Stranger things, lo scontro con il Demogorgone richiede  la costruzione di una vasca di deprivazione sensoriale. Sono le 22 di un sabato sera e Dustin, uno dei ragazzini protagonisti della serie, decide con enorme imbarazzo di chiamare al telefono il suo professore di scienze per chiedergli come procedere in questa operazione particolarmente complessa. La prima reazione del prof. Clarke all’inaspettata telefonata è far presente a Dustin la scelta a dir poco infelice del giorno e dell’orario della chiamata; con pacatezza, il professore rimanda la risposta al quesito al luogo e al momento più opportuni: lunedì mattina, a scuola, dopo le lezioni. Dietro le insistenze di Dustin, il professor Clarke – che ha un evidente debole per la passione dei ragazzi – cede e fornisce la sua dettagliatissima consulenza.

La scena di un ragazzino che di sabato sera telefona a un professore di scienze per chiedere un consiglio ha senso solo ed esclusivamente per un motivo: la serie è ambientata in pieni anni ‘80. Dustin e i suoi amici non hanno accesso ad altre fonti di informazioni perché vivono in un’epoca nella quale il controllo a monte del flusso di dati (chiamato comunemente gatekeeping) è strettamente nelle mani di pochi soggetti (docenti, genitori, sacerdoti, leader politici, etc) che decidono cosa va trasmesso, dove e quando. Il prof. Clarke è, nella scena, il perfetto gatekeeper: è l’unica fonte di informazioni affidabile per i protagonisti, ed ha la facoltà di decidere se e quando rispondere alla domanda, come rivela perfettamente la supplica di Dustin che, alla fine, lo smuove: ‘Why are you keeping this curiosity door locked?’

La Rete ha spalancato agli utenti le porte su miliardi di informazioni, disponibili in ogni momento e senza limiti di accesso. Ambientata vent’anni più tardi, l’imbarazzata telefonata di Dustin si sarebbe di certo trasformata in una lunga sequenza di ricerche su Google e tutorial su YouTube.

In cosa è cambiata la trasmissione del sapere?

Per secoli, la trasmissione di informazioni è stata legata a questi due elementi molto precisi: una rigorosa scansione dello spazio-tempo e una assoluta unicità della fonte. Le difficoltà, innanzitutto economiche, di consultare fonti alternative ha da sempre permesso infatti ai vari agenti (in)formativi verticali, dalla scuola ai media, di godere di una sorta di monopolio di fatto, come unica fonte di informazioni accreditata. Questa centralità si è sposata con una rigorosa collocazione spazio-temporale dei processi comunicativi:  l’aula e l’orario scolastico; l’acquisto dei giornali, disponibili solo in edicola e soltanto da un certo orario della mattinata; l’accesso alle sale di una biblioteca, regolato secondo orari e giorni di apertura.

Con l’avvento delle nuove tecnologie, questi due vincoli sono improvvisamente svaniti e si sono trasformati in una sorta di relazione fluida e permanente con un numero imprecisato di fonti di informazione. Una disponibilità permanente di contenuti, svincolata da orari di accesso e da postazioni di consultazione, che ha spalancato le porte del repository di Internet a chiunque abbia un qualsiasi device capace di connessione. Un numero indefinito di prof. Clarke sempre disponibili, gratuitamente, a qualsiasi orario, da qualsivoglia postazione. E senza l’imbarazzo di una telefonata di sabato sera.

Alla rete dei rapporti che da secoli è organizzata secondo gerarchie (anagrafiche, sociali, professionali, politiche, affettive, etc.) e, nella maggior parte dei casi, concede la possibilità di produrre e condividere informazione soltanto ai gradi apicali della gerarchia stessa (scrittori, docenti, giornalisti, deputati, etc), in determinati luoghi e in momenti preposti, si è affiancata una Rete come luogo di una orizzontalità fluida, all’interno della quale cioè è possibile (con un investimento minimo in termini economici e di know how) aprire un blog, fondare un giornale, gestire un wiki o un canale tv in streaming, condividere le proprie idee in qualsivoglia momento e da qualsiasi posizione, contribuendo a produrre (e, contemporaneamente, a recepire) quei sessantamila giga di traffico al secondo che viaggiano sulla Rete e dai quali siamo partiti.

E se le informazioni sono troppe? Un problema di Information overload

Vivere immersi in una ecopedia che infrange i confini spazio-temporali dei più classici processi (in)formativi e che permette di confrontare le opinioni ‘verticaliste’ con un orizzonte gratuito di altre fonti, significa non avere luoghi, tempi e criteri di elaborazione delle informazioni ricevute de-finiti e, dunque, ‘chiusi’; significa cioè porre gli utenti per la prima volta nella storia dinanzi a un inedito e, per certi versi, drammatico problema di information overload.  

Se ci si ferma ai vantaggi prodotti dai nuovi processi (in)formativi senza riflettere sul sovraccarico cognitivo che deriva dal flusso quotidiano di dati e informazioni si corre il rischio di non comprendere a pieno la portata di questa trasformazione.

Una massa cospicua di informazioni può apparire infatti solo teoricamente come la miglior garanzia di ampliare le conoscenze su un tema, perché all’esatto contrario produce un imbuto cognitivo che strozza il processo conoscitivo e rende quel flusso inutile se non dannoso.

Cosa c’entra la scuola?

Il Web è quindi una immensa biblioteca costantemente aperta, in continua espansione, tanto vasta e ricca da diventare però pericolosamente opaca – soprattutto per gli utenti più giovani – in assenza di strumenti che aiutino a fare luce tra corridoi e scaffali virtuali; un ‘senso dell’orientamento’ che solo chi fa formazione può costruire e allenare affiancando, alle competenze più classiche veicolate dalla scuola, una skill nuova e specifica: l’alfabetizzazione digitale.

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Info sull'autore

Armando Bisogno administrator

Professore associato in Storia della Filosofia medievale e Presidente del Consiglio Didattico di Filosofia presso l'Università degli Studi di Salerno, coordina il Progetto Vivarium e le attività della sezione Digital Humanities del Centro di Ricerca FiTMU.